La rivoluzione dell’insalata

Oggi è un giorno in cui sono ferma, apro il pc e sfoglio cose di mesi fa. Per un attimo il tempo torna indietro: scruto, analizzo. Da tempo non scrivo e non pubblico pensieri. Non che non ve siano, anzi. Negli ultimi 8 mesi sono stata impegnata a rivoluzionare la mia vita. Ho deciso, ma in realtà credo fosse già scritto su una pietra in fondo all’oceano, di praticare l’arte del fare. E cosa potevo fare in un mondo in cui sembra che nessuno produca più nulla? Un mondo, quello occidentale naturalmente, dove il costruire nel senso più elevato della parola è relegato alla scuola materna o al massimo agli istituti tecnici e dove non si sa più se un fatto è successo veramente o è una propaggine della realtà parallela creata dai social. Ebbene, ho detto basta. Ero stanca di sentire le mie sinapsi gridare “Aiuto!” nelle notti buie e tempestose della ricerca del senso. Così ho pensato che avrei potuto essere raminga anche nella realtà e trovare un posto dove i miei neuroni avrebbero potuto creare. E quale posto è più idoneo all’anima raminga di un pezzo di terra da coltivare? Un foglio di coaguli marroni dove poter dare vita alla vita, dove le congetture si annientano e la sera sei così stanca che non ti basta nemmeno dormire. Da quando qualche anno fa ho scelto di essere vegetariana, nella mia vita è successo qualcosa. Ho visto cose che non vedevo, ho seguito il filo dell’alimentazione e sono giunta alla terra. Come un fiume che scava e trova la sua strada. La ricerca disperata di se stessi è come un tarlo nella testa, come un lupo che vaga nella neve condotto dall’istinto. Andare alla terra è come rinascere, guardare le cose nell’embrione, auscultare il battito del seme, sentire l’odore del vento.

Buona insalata a tutti, a presto.

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Il culto della terra: il richiamo dell’ancestrale

Una volta l’uomo, non troppi decenni fa, era un tutt’uno con la terra. Nasceva e si sviluppava a stretto contatto con l’ambiente a lui circostante. Il fatto stesso di scegliere di crescere e stabilirsi nello stesso posto in cui fosse nato, faceva dell’essere umano una sorta di appendice della Natura, un elemento che non prescindeva e non escludeva la terra dai propri orizzonti esistenziali. Tutto questo era normale, insito nello scorrere delle vite degli esseri umani. Talmente insito che non era un calcolo o una determinazione a priori, ma un concetto che preesisteva al loro ragionare e discernere sul proprio futuro. Negli ultimi decenni questo legame tra l’uomo e gli elementi naturali si è rotto e questo ha creato un vuoto cosmico, sopprimendo il canale sensoriale che rende gli esseri umani significativi nel progetto più grande della Madre Terra. In tanti adducono le migliori ragioni socio-economiche per spiegare il fenomeno, sempre più in crescita, del ritorno – in molti casi della prima andata – delle persone verso l’agricoltura e in generale verso il mondo della Natura. Ma la spiegazione forse non è solo economico-sociale, o comunque di stampo razionale, per creare impresa e per avere contatti più autentici tra gli esseri umani. La ragione magari è nella memoria ancestrale, molto junghiana, dei nostri avi e delle società più antiche, che hanno stabilito nei secoli un rapporto diretto e continuato con la terra. Quei rapporti, quelle miscele, tutti quei secoli di scambio energetico con gli elementi naturali tornano prepotentemente a galla. Come se decenni di industrializzazione avessero coperto con strati di “modernizzazione” l’essere umano e avessero reso muti i suoi contatti reali con il Cosmo. Il culto della terra non è solo un capriccio dei nipoti viziati di un capitalismo ansimante, ma è un grido afono delle antiche generazioni. E’ un’onda placida nell’oceano di finte opportunità finanziarie che la società contemporanea offre ai suoi figli reietti. Data la sua energia ecco perché il tornare alla terra non si presenta come fragile e tenue, ma in modo vigoroso e risoluto, come risposta di chi non ha intenzione di scendere a patti e che sente ben chiaro dentro di sé il richiamo dell’ancestrale, dell’autentico. Tornare alla terra è un punto di ritorno ma anche di sola andata: il ritorno al culto della terra come sola andata verso il contatto con la divinità. La Terra è la Divinità e l’Acqua è il suo Spirito.

Biodinamica e ciclo di vita

Il biodinamico è il nuovo organico? 

Che cos’è la biodinamica, e in che cosa differisce dall’essere organico?

“La biodinamica è un metodo di allevamento ecologico che guarda alla fattoria come un organismo vivente: autosufficiente, autonomo e che segue i cicli della natura”, spiega Elizabeth Candelario, amministratore delegato di Demeter, il programma di certificazione globale per le aziende agricole e dei prodotti biodinamici.

Candelario dice che i requisiti per l’agricoltura biologica certificata risiederebbero all’interno del più grande cerchio della biodinamica, come in effetti la biodinamica è basata su standard biologici, ma il requisito più importante è come l’azienda agricola viene gestita. Per esempio, invece di importare risorse esterne per aumentare la fertilità, bisogna gestire le erbacce o fornire cibo per il bestiame, l’elemento biodinamico enfatizza infatti l’importanza di generare questi ingressi nella fattoria stessa, per quanto possibile.

Un’altra differenza? Almeno il 10% della superficie totale deve essere sostituita con la biodiversità, che migliora la salute dell’impollinatore. La biodiversità conserva anche gli habitat delle specie in via di estinzione e fornisce una riserva di forme di vita diverse e la fauna selvatica per inoculare e abitare la fattoria come organismo.

Nel contempo raggiungere degli scopi biodinamici serve sia a guarire il pianeta attraverso una migliore agricoltura, ma anche a far divenire incredibilmente gustosi e nutrienti gli alimenti.

“La nostra salute è intimamente connessa alla salute dei nostri allevamenti e al nostro pianeta”, dice Candelario. “Il terreno più sano, il cibo più sano, la persona più sana, il pianeta più sano”. Alla fine del 2015 negli Stati Uniti c’erano circa 200 fattorie biodinamiche certificate, trasformatori e commercianti, ma secondo Candelario il numero è in crescita del 10% in un anno.

Con l’affermarsi della biodinamica come una piccola ma crescente categoria nel mercato degli alimenti naturali (che comunemente hanno un prezzo simile ai prodotti artigianali), c’è la possibilità di vedere i prodotti certificati in un negozio o di un produttore vicino a te.

Trova le aziende agricole e prodotti biodinamici certificati nella vostra zona.

Scopri biodynamicfood.org per un elenco dei produttori biodinamici e prodotti disponibili nella vostra zona e acquistare direttamente, o chiedete al vostro negozio locale preferito per trasportarli.

Cerca il marchio.

Cerca il marchio “Demeter certificato Biodinamico” sui prodotti freschi e confezionati. I prodotti devono essere certificati al fine di utilizzare legalmente questo termine.

Metti su una dispensa biodinamica.

È possibile trovare una varietà di articoli biodinamici che si adattano al quadro del mangiare pulito, tra cui alimenti base come tè, caffè, pasta, riso e salsa di pasta.

Ho cercato di tradurre al meglio l’articolo, chi volesse leggere l’originale lo trova al link di seguito.

Buona lettura e buona salute!

http://www.cleaneatingmag.com/articles/is-biodynamic-the-new-organic/

This is not my life

La nostra vita è circondata di ricordi, ma quali di essi ricordiamo veramente di aver vissuto? Pochi, se non pochissimi, sono quelli più vicini all’età matura o comunque al periodo della vita in cui siamo un po’ più cresciuti. Quasi tutti sono sfocati, confusi se non addirittura assenti. La maggior parte li apprendiamo in foto: nelle immagini del passato guardiamo quella persona, cioè noi stessi, e quasi ci sentiamo degli estranei, delle figure messe lì perché? Se non avessimo le foto, i filmati di quando eravamo più piccoli, potremmo dire di aver vissuto davvero quell’attimo? E che eravamo davvero noi in quell’istantanea? La risposta è no! La nostra memoria con il tempo sfuma, i ricordi vengono cambiati, migliorati o peggiorati per rendere plausibile la nostra vita e le scelte che compiamo, per poter rispondere in parte alle nostre domande e ai nostri turbamenti di esseri umani che investigano continuamente su se stessi. E se ti dicessero che i tuoi ricordi sono stati manomessi, che la tua vera esistenza è stata un’altra, in un altro luogo e con altre persone, con altri genitori, altri amici, insomma che c’è un altro te. Come reagiresti? Non è così assurdo da credere che possa succedere, è un’ipotesi plausibile ma che nessuno sceglie perché cadrebbe nel panico e non saprebbe gestire tutto ciò che ne deriva.

Ho da poco finito di vedere una serie dal nome “This is not my life”, in cui il protagonista Alec Ross si sveglia una mattina e scopre lentamente di non essere quello che sembra. Comincia una caccia spietata al suo vero “io”, ma chi egli sia veramente lo scoprirà solo nelle ultime puntate. Nel frattempo la serie mostra come una tranquilla cittadina possa essere pensata e costruita per rendere felici le persone, dare loro una vita perfetta, la vita che tutti desideriamo: senza guerra, senza dolori, dove tutti si vogliono bene. Ebbene a Waimoana, amena cittadina neozelandese, tutto questo è possibile! Nella clinica del Wellness la dott.ssa Collins si occupa dei suoi pazienti, o meglio dei loro microchip. Ognuno infatti ha un microchip impiantato nella parte del cervello deputato alla memoria. La Clinica del Benessere impianta i ricordi necessari per far sì che le persone si riconoscano nella propria vita e ne cancella degli altri tale che tutto proceda bene e piacevolmente, poiché nella vita ideale delle persone tutto deve essere perfetto e sereno.

Fin qui tutto bene. Poi succede che un individuo, Alec Ross, non rientra nella normale prassi, la sua memoria ricorda altre cose e da qui inizia l’Odissea che lo porterà a scoprire tristi verità su di sé ma anche a svelare chi sia lui veramente e quale sia la sua reale vita, dunque ad essere libero!

La serie è del 2010 ed è neozelandese, esiste in lingua inglese con i sottotitoli in italiano sul canale VVVVID (https://www.vvvvid.it/#!show/481/this-is-not-my-life), un sito di film e serie gratuito a cui basta iscriversi creando un account.

Già un noto film, “The Truman show”, anni fa aveva affrontato questa tematica, con altrettanti svelamenti che il protagonista conosce di sé e tutto ciò che ne consegue. In questa serie però c’è un elemento in più: la lotta della tecnologia (il microchip impiantato nel cervello delle persone) con l’essere umano. La mente delle persone è più forte e il richiamo selvaggio della libertà le porterà a ricostruire il proprio legame ancestrale con la memoria di sé. E questo a testimonianza del fatto che anche in una società super tecnologica, che manomette i ricordi, il primitivo prevale.

La domanda comunque resta sempre: “Chi siamo noi veramente?”.

this is not

smettere nel senso di togliere per fare posto ad altro

Mi succedono cose strane.

Si può pensare di muoversi restando immobili?

La chimica interna al corpo composta da tutte le cellule, dal sangue che scorre e dall’ossigeno che fa da propulsore, è come un fiume silente che cerca la via verso il mare.

Non è una metamorfosi ma un punto di vista, come affacciarsi da un dirupo piuttosto che da un balcone, perché stai guardando qualcosa che richiede uno sforzo maggiore. Le pupille si dilatano e irrorano di sangue le vie interne agli occhi, che a loro volta danno l’impulso alla corteccia visiva per ampliare la visuale.

Sono convinta che l’uomo derivi dalle stelle, ovvero che siamo un’esplosione dovuta al composto di ossigeno, carbonio e acqua.

Forse è vero che l’elemento attiguo all’acqua è l’aria e non la terra.

[“corpo che pensa, mente che muove”]

Lampade

 

Silvia sta guardando la bellissima “Slamp” che non gli ha mai regalato. Sorride e pensa a quel giorno che lui la accompagnò in stazione.

L’autobus rosso sempre lì, partiva alle 14.30, e lui con la sua vespa rosa correva tra le auto in sosta, nella scia di quel semaforo sul rettifilo mai rispettato perché sosteneva con ostentata sicurezza: “Qui non serve il semaforo, sono stupidi quelli che si fermano, il traffico non scorre”. Fausto sapeva muoversi bene nel traffico napoletano tuttavia Silvia pensava sempre di morire investita.

Fausto le chiedeva insistentemente cosa pensasse, di tutto. Silvia era molto giovane, non aveva idea di niente. Le cose scorrevano intorno a lei, sopra di lei e lui, in quel vortice di vita, era come il bastone nella ruota che procede a fatica, che si inceppa e che dopo riparte ma più  appesantita di prima.

Ha aspettato che Silvia salisse sull’autobus e mentre lei guardava i suoi boccoli brillare al sole, pensava già al lunedì che sarebbe tornata e che ugualmente non avrebbe saputo rispondere alle sue domande sulla vita. Si sentiva stupida perché avere un’idea sulle cose è sinonimo di personalità, e Silvia sentiva di non averne una, o forse non quella giusta, quella che avrebbe esaudito le inchieste di Fausto e acquietato la sua indole scassapalle.

Come quando si vantava di impiegare appena 15 giorni per preparare un esame e Silvia lo guardava incantata, perché a lei non bastavano due mesi. Oppure come quella volta che le disse che poteva smettere quando voleva perché l’eroina non andava a comprarla lui di persona. Fausto parlava dalla sua cameretta in Via Cavour e sembrava che lo stesso Cavour gli fosse entrato nella pelle. Ma era un’arringa, una di quelle che avrebbe compiuto un giorno con la toga. O come quella volta  che era in ospedale, in coma, e Silvia guardava negli occhi suo padre che non sapeva niente della fatta vita di quel figlio con la vespa rosa.

[alle cose che sonnecchiano]

“Dio è male, la verità è un inganno, e la vita uno scherzo”

 

Esistono, grosso modo, due tipi di bevitori. C’è l’uomo che tutti conosciamo, stupido, privo di fantasia, col cervello ottusamente roso da ottuse ubbie; quello che cammina vistosamente a gambe larghe, azzardando il passo, che di frequente cade per terra, e che vede, al sommo della sua estasi, topi azzurri ed elefanti rosa. E’ il tipo che dà vita alle barzellette sui giornali umoristici. L’altro tipo di bevitore ha fantasia, visione. Anche quando è piacevolmente su di giri, cammina diritto, naturale, non barcolla, non cade, sa dove si trova e quello che sta facendo. Non il suo corpo, ma il suo cervello è ubriaco. [..]

Ma sa, lui sa, lui che se ne sta in piedi con le gambe che non barcollano. E’ composto di carne, di vino, di favilla, di festuche di sole, di polvere del mondo, fragile meccanismo fatto per correre un tratto, fatto per subire l’assillo dei dottori della divinità  e dei dottori della malattia, e per essere alla fine buttato via nel mucchio.  [..]

Guarda la vita e le cose della vita con l’occhio invidioso di un filosofo pessimista tedesco. Vede al di là di tutte le illusioni. Trasvaluta tutti i valori. Dio è male, la verità è un inganno, e la vita uno scherzo. Dalle sue alture folli e quiete, con la certezza di un dio, tutta la vita gli appare un male.

[Jack London, John Barleycorn. Ricordi alcolici]

 

 

 

 

 

 

 

 

Marc Chagall, The pinch of snuff – 1912

Ho pensato di scrivere il mio punto di vista sulle cose del mondo

Artibio

“E' viva la speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, potrà esistere una terra di pace e di abbondanza, di bellezza e di giustizia, dove noi, da quelle povere creature che siamo, potremo essere felici…

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"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati" B. Brecht

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Blog personale - Paola Borruso

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Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

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Pensieri di una lupa solitaria

Una lezione priva di dolore non ha valore. Perché, senza sacrificio, l’uomo non può ottenere nulla.

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a cura di Giovanni Pistolato

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